di Filippo Berneri e Paolo Roberto Amendola, Annunziata & Conso

 

  1. Premessa

In data 30 luglio 2019 la Banca d’Italia ha emanato le nuove “Disposizioni in materia di adeguata verifica della clientela per il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo” che modificano il precedente provvedimento del 3 aprile 2013. Tali Disposizioni tengono conto delle innovazioni apportate dal D.lgs. 90/2017, nonché dalla Direttiva (UE) 2015/849 (c.d. IV Direttiva Antiriciclaggio) – così come modificata dalla Direttiva (UE) 2018/843 (c.d. V Direttiva Antiriciclaggio) – relativi alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo. I destinatari delle Disposizioni dovranno adeguarsi a partire dal 1° gennaio 2020 mentre, per quanto riguarda i clienti acquisiti prima dell’entrata in vigore delle Disposizioni – per i quali la disciplina previgente al D.lgs. 90/2017 stabiliva forme di esenzione degli obblighi di adeguata verifica – la Banca d’Italia si attende che siano raccolti i dati e i documenti identificativi eventualmente mancanti al primo contatto utile, e comunque entro e non oltre il 30 giugno 2020. Quest’ultimo adempimento, che potrebbe in taluni casi avere significativo impatto operativo, è strettamente connesso al mutato regime di adeguata verifica semplificata. Diversamente dalle precedenti disposizioni, infatti, non sono più previsti casi di clienti per i quali si presume l’applicabilità del regime di adeguata verifica semplificata, né quest’ultimo consiste più in una completa esenzione dagli adempimenti, che invece dovranno essere osservati, sebbene con minore intensità e frequenza in base anche alle politiche che gli intermediari dovranno adottare, per tutte le fasi del processo di adeguata verifica della clientela.

Si riportano di seguito le principali novità e gli aspetti più rilevanti disciplinati dalle nuove Disposizioni con particolare focussugli operatori della gestione collettiva del risparmio.

  1. Destinatari

Tra i soggetti destinatari del provvedimento rientrano, inter alia, banche, SIM, SGR, SICAV, SICAF, intermediari ex art. 106 del TUB, società fiduciarie ex art. 106 del TUB, istituti di moneta elettronica, istituti di pagamento e confidi, Poste italiane S.p.A. per l’attività di bancoposta e Cassa depositi e prestiti S.p.A. Al riguardo viene quindi chiarito che non rientrano tra i soggetti destinatari delle Disposizioni, le società fiduciarie non soggette a vigilanza da parte della Banca d’Italia, gli SPV creati nell’ambito delle operazioni di cartolarizzazione dei crediti, limitando così l’applicazione delle disposizioni in parola solo in relazione ai servizi e alle attività “istituzionali”, cioè quelle attività per il cui esercizio sia stata ottenuta l’autorizzazione ai sensi del TUB o del TUF.

  1. Definizioni

3.1. Titolare effettivo

La definizione di titolare effettivo contenuta nelle disposizioni conferma la distinzione tra il titolare effettivo c.d. sub 1), che attiene a tutti i casi in cui un cliente instaura rapporti continuativi o effettua operazioni in nome proprio e per conto di persone fisiche terze, e il titolare effettivo sub 2), cioè la persona o le persone fisiche cui è riconducibile un’entità diversa dalla persona fisica. In particolare, per quanto riguarda il titolare effettivo c.d. sub 1), la formulazione delle Disposizioni offre una definzione secondo la quale si tratta della persona fisica o persone fisiche “per conto delle quali il cliente instaura un rapporto continuativo o realizza un’operazione”. Tale definizione si differenzia da quella prevista dalle Disposizioni precedentemente vigenti, secondo le quali l’individuazione del titolare effettivo sub 1) del cliente-persona fisica era dovuta solo in caso di operazione occasionale e non anche nel caso di instaurazione del rapporto continuativo. In proposito, la Banca d’Italia ha precisato, nel Resoconto della Consultazione delle Disposizioni – e su sollecitazione degli operatori che hanno richiesto di ritornare alla veccha formulazione – che tale nuova definizione dipende dalla circostanza che l’istituto dell’adeguata verifica semplificata previsto dalla nuova versione del D.lgs. 90/2017 non contempla più alcuna esenzione dagli obblighi di adeguata verifica, neanche in presenza di un basso rischio di riciclaggio.

Ai destinatari, pertanto, viene richiesto, inter alia, di identificare i titolari effettivi dei rapporti in tutti i casi, incluso quello dei rapporti aperti in nome e per conto di terzi da altri intermediari finanziari (ad esempio in caso di OICR sottoscritti da una banca collocatrice o un soggetto incaricato dei pagamenti[1] in nome proprio ma per conto di un investitore). L’estensione ai rapporti continuativi dell’ambito applicativo dell’istituto del titolare effettivo sub. 1), pertanto, costituisce un semplice allineamento alle modifiche di legge.

3.2. Rapporto continuativo

Le Disposizioni (Parte Seconda, Sezione III), replicano quanto previsto dalla nuova versione del D.lgs. 90/2017 (cfr. art. 19, co. 1, n. 4)), consentendo ai destinatari di non identificare nuovamente i clienti già identificati in relazione a un altro rapporto continuativo, purchè le informazioni siano aggiornate ed adeguate in relazione allo specifico profilo di rischio del cliente.

Quanto alla nozione di “rapporto continuativo”, il Decreto stabilisce che si tratta di un rapporto di durata rientrante nell’esercizio dell’attivtà istituzionale “che non si esaurisce in un’unica operazione” (art. 1, co. 2, lett. II)). In proposito, va notato che il rapporto delle SGR con i sottoscrittori delle quote dei fondi gestiti, in particolare, riguarda l’attività istituzionale delle SGR e si caratterizza per al sua (normalmente lunga) durata e la molteplicità di operazioni (sottoscrizione, richiami e rimborsi). Di conseguenza, esso soddisfa tutti i requisiti previsti dalla legge perché un rapporto sia qualificato come continuativo.

Orbene, va osservato che in passato le operazioni di sottoscrizione di parti di OICR non rilevavano ai fini della costituzione di un rapporto continuativo ai fini della normativa antiriciclaggio, rilevando a tale fine il mero rapporto di commercializzazione prodromico alla citata sottoscrizione. Ne consegue, pertanto, che alla luce delle nuove Disposizione, in caso di sottoscrizione di fondi di OICR per il tramite di intermediari collocatori, verrebbero a costituirsi 2 (due) “rapporti continuativi”, il primo tra investitore e collocatore (in relazione all’attività di commercializzazione) e il secondo tra il gestore e l’investitore (in ragione dell’avvenuta sottoscrizione di parti di OICR). Tale circostanza comporta un notevole appesantimento delle procedure di adeguata verifica, nonché una maggiore complessità nella definizione dei flussi con gli intermediari collocatori, oltre che un probabile incremento dei costi operativi, dovendo le SGR recuperare dal collocatore tutte le informazioni in merito all’investitore/cliente ai fini dell’assolvimento dell’autonomo obbligo di adeguata verifica connesso all’instaurazione del rapporto di sottoscrizione di quote di OICR, ivi incluse quelle di importo esiguo potenzialmente foriere di un minor rischio di riciclaggio.

Inoltre, evidenziando che la Banca d’Italia si attende che i dati e i documenti identificativi eventualmente mancanti ai fini del rispetto delle nuove disposizioni dovranno essere raccolti entro e non oltre il 30 giugno 2020, risulterà particolarmente arduo (per le SGR) attivarsi con i rispettivi collocatori al fine di procurarsi le informazioni riguardanti i rapporti di sottoscrizione di OICR storicamente radicati e che, fino alla novella leglisativa, non costituivano “rapporti continuativi”.

Le nuove Disposizioni, in sostanza – come peraltro sollevato anche da Assogestioni in riscontro alla pubblica consultazione -, sembrano comportare un arretramento del principio dell’approccio basato sul rischio in favore di un’applicazione sistematica e automatica degli obblighi antiriciclaggio, con la conseguenza della penalizzazione delle SGR di diritto italiano.

  1. Valutazione del cliente

Maggiore enfasi è attribuita alla valutazione dei fattori di rischio connessi alla localizzazione dell’attività svolta dai clienti e, in particolare, dei paesi con i quali il cliente o il titolare effettivo e, ove rilevante, l’esecutore, hanno collegamenti significativi. In proposito, ai fini dell’individuazione del profilo di rischio della clientela potranno essere raccolte informazioni utili da tutte le fonti informative disponibili e, in particolare da: (i) il rapporto adottato dalla Commissione europea ai sensi dell’art. 6 della V Direttiva Antiriciclaggio (c.d. Supranational Risk Assessment Report); (ii) il rapporto adottato dal Comitato di sicurezza finanziaria; (iii) le relazioni pubblicate dall’autorità di vigilanza e dalla UIF; e (iv) le informazioni provenienti da istituti di statistica e da fonti giornalistiche autorevoli.

  1. Operatività a distanza

Il nuovo Provvedimento contiene specifiche disposizioni riguardanti l’operatività a distanza, ossia quella realizzata presso il destinatario senza la presenza fisica del cliente, dei dipendenti del destinatario o di altro personale dallo stesso incaricato. In tali ipotesi, i destinatari dovranno: (i) acquisire i dati identificativi del cliente e dell’esecutore ed effettuarne apposito riscontro su una copia (via fax, posta in formato elettronico o con modalità analoghe) di un valido documento di identità; e (ii) effettuare ulteriori riscontri rispetto a quelli previsti sui dati acquisiti, secondo le più opportune modalità ed in relazione al rischio specifico (ad esempio, un contratto telefonico su utenza fissa o l’invio di comunicazioni a un domicilio fisico con ricevuta di ritorno). Di particolare rilievo le dettagliate istruzioni sulla procedura di video-identificazione, peraltro sostanzialmente invariate rispetto al testo diffuso in consultazione.

Sebbene incentrate sull’adeguata verifica della clientela, le disposizioni in esame colorano significativamente anche i contenuti dell’altro provvedimento attuativo del Decreto Antiriciclaggio, in materia di organizzazione, procedure e controlli, emanato dalla Banca d’Italia lo scorso 26 marzo. In particolare, la policy antiriciclaggio richiesta da quest’ultimo provvedimento e da emanare entro il 31 dicembre 2019, dovrà contenere indicazioni dettagliate sulle varie fasi dell’adeguata verifica e sulle gradazioni, dei presidi nei casi di adeguata verifica semplificata o rafforzata. Pertanto, si richiede agli organi di supervisione strategica e di gestione degli intermediari vigilati un intervento crescente nelle scelte da adottare per contenere il rischio di coinvolgimento in fenomeni di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.

  1. Esecuzione per il tramite di terzi

In proposito, le nuove Disposizioni, in conformità al Decreto Antiriciclaggio, distinguono tra: (i) i soggetti terzi che possono effettuare tutte le fasi dell’adeguata verifica, ad eccezione del controllo costante dell’operatività (i.e. determinate categorie di intermediari bancari e finanziari); (ii) i soggetti terzi che possono effettuare solo l’identificazione del cliente, dell’esecutore e del titolare effettivo, inclusa l’acquisizione di copia dei documenti di identità (i.e. mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria, soggetti convenzionati e agenti, collaboratori esterni convenzionati).

Rileva, in proposito, la possibilità, introdotta dalle nuove Disposizioni, di consentire agli intermediari di avvalersi dell’adeguata verifica svolta da un altro intermediario anche nel caso in cui quest’ultimo abbia provveduto ad adempiere agli obblighi senza la presenza fisica del cliente (si veda, in proposito, l’operatività a distanza).

Parrebbe al contrario mancare una fluida disciplina volta ad agevolare lo scambio di informazioni per una corretta profilatura della clientela, senza che questo comporti una violazione delle disposizioni sulla protezione dei dati personali. Le informazioni tipicamente contenute nell’attestazione di avvenuta identificazione del cliente, non consentono infatti di poter alimentare (quanto meno nella sua completezza) l’interezza del “data-set informativo” tipicamente necessario per individuare il profilo di rischio da attribuire al cliente[2].

[1] In tale evenienza, anche alla luce di quanto chiarito da Banca d’Italia nei chiarimenti relativi alla parte Sesta delle Disposizioni, è quindi premura della SGR del supposto OICR identificare l’investitore in quanto titolare effettivo sub 2).

[2] Si pensi ai dati e alle informazioni connesse alla capacità reddituale e la situazione patrimoniale del cliente e dei soggetti aventi con esso legami.

In data 26 agosto 2019, L’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA) ha pubblicato una comunicazione riguardante il traffico dei pagamenti per i soggetti che offrono servizi finanziari assoggettati alla propria vigilanza.

La FINMA riconosce il grande potenziale che la tecnologia blockchain può apportare al mondo del Fintech ma risulta di primaria importanza contemperare i potenziali benefici dell’innovazione tecnologica con le esigenze di contrasto al riciclaggio di denaro (AML) e al finanziamento del terrorismo (CFT).

A tal riguardo, FINMA precisa che l’art. 10 dell’Ordinanza FINMA sul riciclaggio di denaro (ORD-FINMA) si applica anche alle transazioni economiche che sfruttano la tecnologia blockchain[1]. Ne consegue che l’obbligo di trasmettere informazioni riguardanti l’ordinante e il beneficiario del pagamento si applicano anche ad una transazione effettuata mediante blockchain. Tale disposizione normativa permette all’intermediario che riceve la transazione di effettuare controlli sul mittente (ad esempio, se il suo nominativo figura nelle liste antiriciclaggio e antiterrorismo), ma anche di effettuare controlli sulle informazioni che riguardano il beneficiario, verificando che siano corrette; oppure, in caso di discrepanze, se si debba procedere alla restituzione del pagamento.Gli intermediari devono quindi indentificare le loro controparti ed accertare i titolari effettivi, adottando un approccio basato sul rischio: in caso di operazioni sospette scatta l’obbligo di effettuare la segnalazione al Money-Laundering Reporting Office Switzerland (MROS) –autorità di controllo elvetica equivalente all’Italiana UIF –.[2]

La presa di posizione della FINMA, ispirata dal principio di neutralità tecnologica, non fa che allinearsi con quanto già espresso dal Gruppo d’Azione Finanziaria – Financial Action Task Force (GAFI – FATF)[3] e con quanto previsto dalla IV e V Direttiva Antiriciclaggio, ossia rendere più difficile alle persone e agli Stati oggetto di sanzioni, nonché ai terroristi, operare in modo anonimo all’interno del sistema del traffico dei pagamenti utilizzando la tecnologia blockchain. Rimangono, tuttavia, alcune perplessità circa la portata applicativa della disposizione in oggetto con riferimento al sistema dei pagamenti mediante l’utilizzo di questa nuova tecnologia. Ad oggi, non esiste a livello elvetico o internazionale alcun sistema/protocollo che consenta di trasmettere in maniera attendibile i dati identificativi inerenti al traffico dei pagamenti su blockchain. Pertanto, nell’attuale scenario tecnico e regolamentare, se un prestatore di servizi relativi alle valute virtuali, assoggettato alla vigilanza della FINMA, non è attualmente in grado di garantire in maniera attendibile i dati d’identificazione inerenti a questo tipo di transazioni, il traffico dei pagamenti da e a wallet esterni è permesso esclusivamente se questi appartengono (i) a un cliente del prestatore di servizi e (ii) se vi è stata una previa verifica della riconducibilità del/i wallet esterno/i al cliente. Gli operatori economici assoggettati alla vigilanza della FINMA non possono dunque ricevere token da clienti di altri prestatori di servizi o inviarli a clienti di questi ultimi. Probabilmente, l’estensione dell’art. 10 (ORD-FINMA) non risolve completamente il tema dell’anonimato in questo tipo transazioni economiche[4], ma ha il merito di individuare nei prestatori di servizi vigilati i “baluardi” del mercato: attraverso di essi si ha, infatti, una prima “mappatura” dei wallet.

Tutto ciò va inquadrato nel più ampio contesto della recente autorizzazione bancaria e al commercio di valori mobiliari concessa da FINMA a due prestatori di servizi relativi alle valute virtuali: rispettivamente, la SEBA Crypto SA con sede a Zugo e la Sygnum Ltd con sede a Zurigo. È bene precisare che le due autorizzazioni concesse[5], non sono nuove tipologie di autorizzazioni create ad hoc per gli operatori del mondo blockchain; le due società hanno infatti dovuto seguire il tradizionale iter autorizzativo per ottenere la licenza bancaria svizzera e per l’intermediazione mobiliare[6]. Seppur i servizi offerti saranno limitati solo a clienti istituzionali e professionali, si tratta comunque del primo caso di operatori svizzeri nel mercato crypto dotati di una licenza bancaria e per commercio di valori mobiliari[7]. Le due società saranno un ottimo banco di prova, dunque, per testare le nuove linee guida della FINMA riguardanti il rispetto delle norme anti-riciclaggio nel settore blockchain.

Il quadro che emerge dalla precedente analisi, pare confermare la tendenza a livello mondiale ad un allineamento regolamentare dei vari paesi su degli standard comuni in ambito AML/CFT per il traffico dei pagamenti nella blockchain. Rimane, ora, da chiedersi quali saranno i prossimi paesi a riconoscere le licenze bancarie e di intermediazione finanziaria agli operatori del mondo crypto.

[1] L’Ordinanza FINMA sul riciclaggio di denaro prevede all’art. 10 (Informazioni nell’ambito di ordini di bonifico) che: “Per gli ordini di bonifico l’intermediario finanziario dell’ordinante indica il nome, il numero di conto e l’indirizzo dell’ordinante nonché il nome e il numero di conto del beneficiario. In mancanza di un numero di conto, è indicato un numero di riferimento relativo alla transazione. L’indirizzo dell’ordinante può essere sostituito dalla data di nascita e dal luogo di nascita, dal numero d’identificazione come cliente o dal numero d’identità nazionale dell’ordinante.[…] L’intermediario finanziario del beneficiario stabilisce la procedura da rispettare in caso di ordini di bonifico contenenti informazioni incomplete sull’ordinante o sul beneficiario. In tal caso, esso procede secondo un approccio basato sul rischio.”

[2] La Svizzera, allineandosi agli standard europei ed internazionali, ha infatti esteso l’ambito applicativo della Legge federale relativa alla lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo nel settore finanziario (Legge sul riciclaggio di denaro, LRD), includendovi i prestatori di servizi nel settore blockchainCfr. “Rapport du Conseil fédéral: Bases juridiques pour la distributed ledger technology et la block-chain en Suisse”, dicembre 2018, <https://www.newsd.admin.ch/newsd/message/attachments/55152.pdf>, (05/09/2019).

[3] Si ricorda che le recenti linee guida del Gruppo d’Azione Finanziaria, “Guidance For a Risk-Based Approached: Virtual Assets and Virtual Asset Service Providers”, giugno 2019, p. 56, stabiliscono che: “Countries should ensure that originating VASPs obtain and hold required and accurate originator information and required beneficiary information on virtual asset transfers, submit the above information to the beneficiary VASP or financial institution (if any) immediately and securely, and make it available on request to appropriate authorities. Countries should ensure that beneficiary VASPs obtain and hold required originator information and required and accurate beneficiary information on virtual asset transfers and make it available on request to appropriate authorities. Other requirements of R. 16 (including monitoring of the availability of information, and taking freezing action and prohibiting transactions with designated persons and entities) apply on the same basis as set out in R. 16. The same obligations apply to financial institutions when sending or receiving virtual asset transfers on behalf of a customer.”

[4] La fattispecie giuridica a rimanere chiaramente esclusa dal campo di applicazione dell’art.10 (ORD-FINMA) sarebbe quella del trasferimento peer-to-peer tramite wallet non previamente identificati da un prestatore di servizi. Un cliente potrebbe infatti inviare un pagamento da un wallet (non identificato) direttamente – ovvero senza passare per un exchange o un servizio di custodia di chiavi crittografiche – ad un wallet (non identificato) di un altro cliente, rendendo molto arduo – se non impossibile – tracciare e controllare la transazione da parte delle autorità.

[5] Le licenze per SEBA Crypto SA sono state concesse su base condizionata ed entreranno in vigore solo una volta che verranno soddisfatti i criteri secondari specificati dalla FINMA.

[6] È opportuno precisare che le società in questione non hanno beneficiato di alcun iter autorizzativo semplificato.

[7] I servizi offerti includeranno, tra gli altri, la custodia, l’asset management ed il trading di criptovalute.In data 26 agosto 2019, L’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA) ha pubblicato una comunicazione riguardante il traffico dei pagamenti per i soggetti che offrono servizi finanziari assoggettati alla propria vigilanza. La FINMA riconosce il grande potenziale che la tecnologia blockchain può apportare al mondo del Fintech ma risulta di primaria importanza contemperare i potenziali benefici dell’innovazione tecnologica con le esigenze di contrasto al riciclaggio di denaro (AML) e al finanziamento del terrorismo (CFT). A tal riguardo, FINMA precisa che l’art. 10 dell’Ordinanza FINMA sul riciclaggio di denaro (ORD-FINMA) si applica anche alle transazioni economiche che sfruttano la tecnologia blockchain . Ne consegue che l’obbligo di trasmettere informazioni riguardanti l’ordinante e il beneficiario del pagamento si applicano anche ad una transazione effettuata mediante blockchain. Tale disposizione normativa permette all’intermediario che riceve la transazione di effettuare controlli sul mittente (ad esempio, se il suo nominativo figura nelle liste antiriciclaggio e antiterrorismo), ma anche di effettuare controlli sulle informazioni che riguardano il beneficiario, verificando che siano corrette; oppure, in caso di discrepanze, se si debba procedere alla restituzione del pagamento. Gli intermediari devono quindi indentificare le loro controparti ed accertare i titolari effettivi, adottando un approccio basato sul rischio: in caso di operazioni sospette scatta l’obbligo di effettuare la segnalazione al Money-Laundering Reporting Office Switzerland (MROS) – autorità di controllo elvetica equivalente all’Italiana UIF –. La presa di posizione della FINMA, ispirata dal principio di neutralità tecnologica, non fa che allinearsi con quanto già espresso dal Gruppo d’Azione Finanziaria – Financial Action Task Force (GAFI – FATF) e con quanto previsto dalla IV e V Direttiva Antiriciclaggio, ossia rendere più difficile alle persone e agli Stati oggetto di sanzioni, nonché ai terroristi, operare in modo anonimo all’interno del sistema del traffico dei pagamenti utilizzando la tecnologia blockchain. Rimangono, tuttavia, alcune perplessità circa la portata applicativa della disposizione in oggetto con riferimento al sistema dei pagamenti mediante l’utilizzo di questa nuova tecnologia. Ad oggi, non esiste a livello elvetico o internazionale alcun sistema/protocollo che consenta di trasmettere in maniera attendibile i dati identificativi inerenti al traffico dei pagamenti su blockchain. Pertanto, nell’attuale scenario tecnico e regolamentare, se un prestatore di servizi relativi alle valute virtuali, assoggettato alla vigilanza della FINMA, non è attualmente in grado di garantire in maniera attendibile i dati d’identificazione inerenti a questo tipo di transazioni, il traffico dei pagamenti da e a wallet esterni è permesso esclusivamente se questi appartengono (i) a un cliente del prestatore di servizi e (ii) se vi è stata una previa verifica della riconducibilità del/i wallet esterno/i al cliente. Gli operatori economici assoggettati alla vigilanza della FINMA non possono dunque ricevere token da clienti di altri prestatori di servizi o inviarli a clienti di questi ultimi. Probabilmente, l’estensione dell’art. 10 (ORD-FINMA) non risolve completamente il tema dell’anonimato in questo tipo transazioni economiche , ma ha il merito di individuare nei prestatori di servizi vigilati i “baluardi” del mercato: attraverso di essi si ha, infatti, una prima “mappatura” dei wallet. Tutto ciò va inquadrato nel più ampio contesto della recente autorizzazione bancaria e al commercio di valori mobiliari concessa da FINMA a due prestatori di servizi relativi alle valute virtuali: rispettivamente, la SEBA Crypto SA con sede a Zugo e la Sygnum Ltd con sede a Zurigo. È bene precisare che le due autorizzazioni concesse , non sono nuove tipologie di autorizzazioni create ad hoc per gli operatori del mondo blockchain; le due società hanno infatti dovuto seguire il tradizionale iter autorizzativo per ottenere la licenza bancaria svizzera e per l’intermediazione mobiliare . Seppur i servizi offerti saranno limitati solo a clienti istituzionali e professionali, si tratta comunque del primo caso di operatori svizzeri nel mercato crypto dotati di una licenza bancaria e per commercio di valori mobiliari . Le due società saranno un ottimo banco di prova, dunque, per testare le nuove linee guida della FINMA riguardanti il rispetto delle norme anti-riciclaggio nel settore blockchain. Il quadro che emerge dalla precedente analisi, pare confermare la tendenza a livello mondiale ad un allineamento regolamentare dei vari paesi su degli standard comuni in ambito AML/CFT per il traffico dei pagamenti nella blockchain. Rimane, ora, da chiedersi quali saranno i prossimi paesi a riconoscere le licenze bancarie e di intermediazione finanziaria agli operatori del mondo crypto.

Il mercato digitale rappresenta ad oggi uno dei maggiori punti di attenzione per la prevenzione del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo.

La rilevanza del fenomeno è stata senz’altro accentuata dalla proliferazione, nell’ultimo decennio, di diverse tipologie di valute virtuali, attualmente impiegate per l’acquisto di beni e servizi, nonché per finalità speculative o di gioco. La significativa esposizione di questi strumenti ai rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo è stata più volte messa in luce dai leader del G20, dagli organismi internazionali e dalle Autorità europee, suscitando anche l’attenzione della UIF – l’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia, la quale ha così pubblicato, in data 28 maggio 2019, una Comunicazione finalizzata a riportare l’attenzione degli operatori sull’utilizzo anomalo delle valute virtuali.

Alla luce del quadro normativo attualmente vigente – che nel recepire la V Direttiva antiriciclaggio (2018/843/UE) ha progressivamente esteso il novero dei soggetti destinatari della relativa disciplina, includendovi sia i “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valute virtuali” (cfr. art. 1, co. 2 lett. ff) del D.lgs. n. 231 del 21 novembre 2007, come modificato dal D.lgs. 90/2017), sia i “prestatori di servizi di portafoglio digitale” (i c.d. wallet providers) (cfr. schema di decreto per il recepimento della V Direttiva Antiriciclaggio approvato in esame preliminare in data 1° luglio 2019) la UIF ha posto l’attenzione degli operatori sulle indicazioni del Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale, il GAFI, recentemente intervenuto in materia.

Con la Comunicazione in commento, la UIF richiede ai destinatari del D.lgs. 231/2007, come risulterà da ultimo emendato, di prestare massima attenzione nell’individuazione di operazioni sospette connesse con le valute virtuali e, a tale scopo, essa evidenzia alcuni profili comportamentali ritenuti “a rischio” sulla base della propria esperienza in materia di analisi delle segnalazioni di operazioni sospette ricevute.

La UIF considera innanzitutto rilevanti ipotesi di costituzione anomala della provvista impiegata in acquisti di Virtual asset, con particolare riferimento alle raccolte di fondi attraverso ricariche di carte prepagate, accrediti di bonifici italiani o esteri, ripetuti versamenti in contanti di ammontare rilevante.

È all’uopo necessario valutare se la predetta attività di raccolta possa essere messa in relazione con fondi di provenienza illecita, legati ad esempio a fenomeni criminali caratterizzati dall’utilizzo di tecnologie informatiche (ad esempio, phishing, ransomware, clonazione di carte di credito) ovvero al sospetto di reimpiego di fondi derivanti da attività commerciali non dichiarate, spesso svolte online.

Altrettanto sensibile è l’utilizzo di Virtual asset in operazioni speculative, immobiliari o societarie che appaia finalizzato ad accrescere l’opacità e, in generale, ai casi in cui l’operatività appaia illogica o incoerente rispetto al profilo del cliente o alla natura e allo scopo del rapporto.

Ancor più rilevante risulta poi l’utilizzo di Virtual asset connesso con i sospetti di abusivismo e con violazioni della disciplina in materia di

(i) offerta al pubblico di prodotti finanziari, qualora siano promessi rendimenti periodici collegati all’operatività in Virtual asset;

(ii) prestazione di servizi di investimento, laddove agli investitori sia offerta la possibilità di effettuare “operazioni regolate per differenza aventi come sottostante (anche) valute virtuali”.

Al fine di facilitare l’apprezzamento delle situazioni rischiose, è necessario valutare le caratteristiche dei soggetti a vario titolo coinvolti nell’operatività in Virtual asset e, in particolare, la presenza di determinati indici di rischio previsti dalla UIF stessa.

In termini più generali, la UIF evidenzia la necessità che tutti i destinatari del D.lgs. n. 231/2007 valutino con la massima attenzione anche ulteriori comportamenti e caratteristiche dell’operatività connessa con l’utilizzo di Virtual asset che siano sintomatici di profili di sospetto. In proposito, essa precisa che è sempre necessario svolgere un’analisi in concreto e una valutazione complessiva dell’operatività con l’utilizzo di tutte le informazioni disponibili e che le informazioni necessarie per la tempestiva individuazione dei sospetti connessi con l’utilizzo di Virtual asset devono essere rese prontamente disponibili all’interno dell’organizzazione aziendale, anche se questa è articolata su più unità o dislocata in diversi Paesi.

Nella Comunicazione viene infine sottolineato che i soggetti destinatari degli obblighi antiriciclaggio sono tenuti a segnalare eventuali informazioni sospette, nonché a sensibilizzare, nell’ambito della propria autonomia organizzativa e con le modalità ritenute più idonee, il personale e i collaboratori incaricati della valutazione delle operazioni, diffondendo opportune istruzioni.

Affinché le indicazioni dell’UIF possano essere in concreto applicate, è tuttavia necessario che gli operatori del settore (nello specifico, i Cambiavalute Virtuali) possano riferirsi ad un quadro normativo compiuto, con regole e obblighi definiti e materialmente realizzabili.

Rilevano in proposito le disposizioni attuative che dovranno essere implementate dal MEF, giusta delega (cfr. schema di decreto per il recepimento della V Direttiva Antiriciclaggio approvato in esame preliminare in data 1° luglio 2019) che dovrà definire anche gli obblighi di registrazione all’OAM dei Cambiavalute Virtuali, al pari delle modalità pratiche di adempimento degli obblighi previsti dalla norma primaria. In tale contesto, proprio sul tema delle “valute virtuali”, l’iter normativo ha di recente fatto un passo avanti, con l’approvazione in esame preliminare avvenuta da parte del Consiglio dei Ministri in data 1° luglio 2019 dello schema di decreto di recepimento della V Direttiva Antiriciclaggio. Il percorso di attuazione sembra dunque avviato verso il consolidamento di una disciplina che ha (avrà) il merito – tra le prime al mondo – di aprire la strada ad un effettivo controllo e monitoraggio di questo nuovo mercato.

  1. Premessa

In data 26 giugno 2019, la Banca d’Italia ha dato attuazione al Regolamento delegato UE 171/2018 e alle Linee Guida dell’EBA 2016/07 sull’applicazione della definizione di default contenuta nell’art. 178 del Regolamento UE 575/2013 (CRR).

Quest’ultimo, in particolare, ha definito le due precondizioni – che devono essere presenti congiuntamente – affinché un debitore possa essere considerato in stato di default:

 

  1. l’ente valuta improbabileche il debitore possa adempiere integralmente alle sue obbligazioni, senza il ricorso ad azioni quale l’escussione delle garanzie (condizione soggettiva);
  2. Il debitore è in arretrato da oltre 90 giorni su un’obbligazione creditizia rilevante verso l’ente (condizione oggettiva).

La citata norma ha altresì dettato disposizioni dirette a introdurre:

  • una facoltà di scelta sul trattamento delle posizioni al dettaglio in ordine alla predetta definizione di default, se cioè considerare il defaultin relazione alla singola linea di credito ovvero alla totalità degli obblighi del debitore verso l’ente;
  • i criteri in base ai quali stabilire se si è in presenza o meno della condizione soggettiva;
  • le regole per valutare la presenza della condizione oggettiva. In tale ambito, ha operato un doppio rinvio. Ha assegnato alle autorità competenti il compito di prevedere la sogliaper stabilire la rilevanza delle obbligazioni in arretrato e ha rinviato all’ABE (Autorità Bancaria Europea) il compito di emanare le norme tecniche per precisare le condizioni in base alle quali le Autorità scelgono la predetta soglia.

Infine, la norma in commento ha delegato alla Commissione il potere di adottare norme tecniche di regolamentazione sulla nozione di default.

Proprio con riferimento a tali rinvii dell’art. 178 e alla successiva emanazione del Regolamento Delegato della Commissione (171/2018) e delle Linee Guida dell’ABE (Linee Guida), è stato effettuato l’intervento della Banca d’Italia volto a modificare la relativa normativa interna secondaria per le banche a fini segnaletici e di bilancio.

  1. Ambito di applicazione

Come chiarito dall’Autorità di Vigilanza, l’ambito delle novità sulla definizione di default concerne le banche e i gruppi bancari.

Pertanto, l’intervento modificativo della Banca d’Italia del 26 giugno u.s. ha riguardato solo la normativa di dettaglio concernente le banche, i gruppi bancari e le SIM cui si applica il Regolamento 575/2013 (CRR). E’ stata già prevista, tuttavia, la prossima estensione della disciplina in commento anche agli altri intermediari finanziari, a Sim, gruppi di Sim, Istituti di pagamento e IMEL e OICR.

  1. Normative di dettaglio incise

Le novità introdotte il 26 giugno u.s. riguardano la seguente normativa secondaria applicata agli intermediari rientranti nell’ambito di applicazione:

  1. Circolare n. 115 del 7 agosto 1990 “Istruzioni per la compilazione delle segnalazioni di vigilanza su base consolidata”;
  2. Circolare n. 272 del 30 luglio 2008 “Matrice dei Conti”;
  3. Circolare n. 285 del 17 dicembre del 2013 “Disposizioni di vigilanza per le banche”;
  4. Circolare n. 262 del 22 dicembre 2005 “Il bilancio bancario: schemi e regole di compilazione”.
  5. Descrizione delle novità

L’introduzione della nuova disciplina è avvenuta attraverso la modifica della parte generale della Matrice dei Conti relativa alla qualità del credito (cfr. provvedimento del 26 giugno u.s.). Le disposizioni delle Circolari n. 115 del 1990 sulle segnalazioni e n. 262 del 2005 sul bilancio ne risultano automaticamente modificate poiché fanno rinvio, nelle parti in questione, alla Matrice dei Conti.

In primo luogo, il Provvedimento del 26 giugno u.s. stabilisce che, ai fini dell’identificazione e classificazione delle esposizioni creditizie deteriorate, le banche tengano anche conto di quanto previsto dalle Linee Guida sull’applicazione della definizione di default. Invero, la Matrice dei Conti, nelle parti che hanno formato oggetto di modifica, fa specifico rinvio ai paragrafi delle Linee Guida che dovranno essere osservati.

In definitiva, la parte della Circolare in commento che ha formato oggetto di modifiche è quella concernente alcuni aspetti generali e soprattutto il trattamento degli scaduti / sconfinanti deteriorati.

In particolare, le novità hanno riguardato:

  1. L’introduzione delle soglie di rilevanza oggettiva per la classificazione dell’esposizione creditizia scaduta in stato di default. In merito, la nuova Matrice dei Conti ha riguardato, con riferimento al concetto di rilevanza, l’introduzione di: i) una soglia assoluta di euro 100, per le esposizioni al dettaglio, e di euro 500, per le altre esposizioni nonché di ii) una soglia in termini relativi dell’1% dell’importo complessivo di tutte le esposizioni verso il debitore, sia al dettaglio sia per le altre esposizioni. Ambedue le soglie devono essere superate per considerare rilevante lo scaduto.

La scelta se procedere ad applicare la nozione di default in relazione al debitore ovvero alla singola linea di credito per tutte le esposizioni al dettaglio è disciplinata dalla Linee Guida, che impongono l’aggancio al parametro generale delle prassi di gestione del rischio interne all’ente (cfr. Par. 87 delle Linee Guida). In proposito, gli enti possono applicare la nozione di default a livello di un debitore, per alcuni tipi di esposizione al dettaglio, e a livello di singola esposizione per altri tipi di esposizione, qualora ciò sia giustificato sempre da prassi di gestione del rischio interne (cfr. Par. 88 delle Linee Guida) ([1]).

Qualora sia scelto l’approccio per singolo debitore, per la nozione di default occorre che sia superata sia la soglia dei 100 euro per le esposizioni retail che quella dei 500 euro per le altre esposizioni mentre, qualora sia scelto l’approccio per singola transazione verso i soggetti retail, affinché ricorra la nozione di default è necessario il superamento della sola soglia assoluta dei 100 euro, oltre naturalmente al superamento della medesima soglia relativa dell’1%;

  1. i criteri di calcolo dei giorni di scaduto per la classificazione in default. In proposito, la Matrice dei Conti si è uniformata al Regolamento delegato 171/2018 e alla Circolare 285. In sostanza, le soglie di cui alla lettera sub a) devono essere superate per 90 giorni consecutivi ([2]). Per il conteggio dei giorni di arretrato sono seguite le disposizioni delle Linee Guida dai paragrafi 16 – 20, riguardanti, ad es., i casi in cui siano intervenute modifiche al programma dei pagamenti, vi sia un diritto del debitore di modificare le scadenze, vi sia stata una sostituzione di un debitore a un altro, ad es. per una intervenuta fusione, etc. o, infine, per l’avvio di una controversia. Disposizioni specifiche si applicano ai contratti di factoring, sulla base dei paragrafi 27 – 32 delle Linee Guida, che innovano l’attuale normativa contenuta nella Circolare 272 (Matrice dei Conti).

Più in generale e, quindi, non solo con riferimento agli scaduti/sconfinanti, ma con riguardo a tutti i crediti deteriorati,le modifiche hanno riguardato:

  1. i criteri di uscita dallo stato di default. In proposito, a fini segnaletici, è stato precisato chele esposizioni creditizie deteriorate devono, durante il “cure period” di 3 mesi previsto dal paragrafo essere segnalate nelle pertinenti categorie nelle quali le stesse si trovavano;
  2. gli indicatori di probabile inadempimento per la valutazione della condizione soggettiva dello stato di default(l’improbabilità che il debitore adempia senza il ricorso ad azioni quali l’escussione della garanzia). In argomento, il Par. 58 delle Linee Guida precisa che gli enti dovrebbero prevedere nelle proprie policy e procedure interne quali siano le eventuali altre indicazioni dell’improbabile adempimento, oltre a quelle previste dall’art. 178 del CRR. Tali indicazioni, inoltre, dovrebbero essere specificate per tipologia di esposizioni (cfr. art. 142 CRR) e per tutte le linee di business, per le persone giuridiche e le aree geografiche. Una volta che un’indicazione supplementare si verifichi, ciò dovrebbe comportare l’automatica riclassificazione della posizione in stato di default o far scattare, comunque, una valutazione caso per caso.

In tale contesto, le Linee Guida si preoccupano di fornire alcuni esempi di indicazioni ulteriori (cfr. Par. 59), che possono riguardare direttamente comportamenti del debitore (ad es. le fonti di reddito ricorrenti del mutuatario vengono meno, il mutuatario aumenta la leva finanziaria) ovvero iniziative del medesimo ente (esercizio di un collateral, segnalazione di una esposizione come deteriorata) e di dettare norme di comportamento degli enti affinché le proprie decisioni siano adottate in esito a valutazioni complete anche alla luce di banche dati esterne (cfr. Par. 60) e siano omogenee, attraverso ad es. la definizione di policy dirette a garantire un’applicazione uniforme della definizione di default (cfr., in proposito, Par. 64).

In definitiva, per quanto concerne le posizioni Past Due, le principali differenze della nuova normativa rispetto a quella ancora attualmente vigente sono le seguenti:

  • nell’approccio per debitore, l’introduzione di una soglia di 500 euro e la soglia relativa sarà pari all’1% mentre l’attuale è pari al 5%. Inoltre, non vi sarà più la possibilità di effettuare compensazioni tra esposizioni scadute/sconfinanti e margini disponibili verso il medesimo debitore;
  • nell’approccio per transazione, l’attuale quadro normativo non prevede alcuna soglia mentre è stata ora introdotta la soglia assoluta pari a 100 euro e quella relativa dell’1%;
  • per ambedue gli approcci, allo stato attuale, il conteggio dei giorni di scaduto inizia il giorno successivo a quello di inadempimento a prescindere se sia superata o meno la soglia di rilevanza. Per contro, le novità introdotte fanno perno, per l’inizio del conteggio, sul superamento delle soglie di rilevanza;

Stabilire sulla base delle evidenziate differenze se la nuova normativa, concernente le posizioni da classificare in Past Due, sia più o meno stringente non appare semplice. Tuttavia, ad un primo esame delle disposizioni, sembra di poter dire che le differenze evidenziate possano giocare un ruolo decisivo nel ritenere che le nuove norme siano complessivamente più stringenti. Anche se l’introduzione di un doppio parametro per l’identificazione dello stato di default, rende più stringente la griglia del passaggio di status, la diminuzione del parametro della soglia di rilevanza relativa dal 5% all’1% e l’esclusione della possibilità di effettuare compensazioni tra esposizioni scadute/sconfinanti e margini disponibili verso il medesimo debitore comporterà, una maggiore severità nella classificazione del credito in parte attenuata dalla previsione che il conteggio dei giorni di scaduto inizia dal superamento delle soglie, a differenza delle regole ora vigenti che ne prevedono l’immediato inizio.

  1. Entrata in vigore

Come già osservato, le modifiche alla Matrice di Conti impattano direttamente sulla Circolare n. 115 del 7 agosto 1990. (segnalazioni di vigilanza su base consolidata) e sulla Circolare n. 262 del 22 dicembre 2005 (bilancio bancario). Dette modifiche entreranno in vigore a partire dal 31 dicembre 2020 e dai bilanci chiusi o in corso a tale data. Tuttavia, le banche significative possano optare per un recepimento immediato del Regolamento Delegato e delle Linee Guida, applicando i nuovi criteri segnaletici a partire dal mese di adozione anticipata delle nuove norme. A tale scopo, il Provvedimento del 26 giugno u.s. prevede che le banche siano“tenute a comunicarlo nel più breve tempo possibile” alla Banca d’Italia. Alle predette banche “saranno fornite indicazioni circa le modalità con cui fornire dati di raccordo tra le segnalazioni inviate secondo le nuove definizioni di esposizioni creditizie deteriorate e quelle preesistenti.”.

 

[1] Ad. Es. laddove si dimostri che ciò accade perché una propria controllata abbia un diverso modello di business e il numero dei casi in cui gli stessi clienti siano soggetti a diverse definizioni di default sia minimo.

[2] Fanno eccezione alcune tipologie di esposizioni di natura commerciale assunte verso le amministrazioni centrali, le autorità locali e gli organismi del settore pubblico per le quali si applicano le disposizioni previste nei paragrafi 25 e 26 delle Guidelines. Queste ultime dispongono, tra l’altro, che gli enti possono applicare un trattamento specifico per tali esposizioni se sono soddisfatte le seguenti condizioni: i) che non sussistono, a parte il ritardo nel pagamento, altri indicatori dell’improbabile pagamento e la situazione finanziaria del debitore è sana; ii) che il contratto di fornitura richieda determinati controlli, prima che il pagamento possa essere effettuato; iii) che l’obbligazione è in arretrato da non più di 180 giorni.

Il 1° maggio 2019 è entrato in vigore il regolamento IVASS n. 44/2019 (di seguito: “il Regolamento”) che contiene disposizioni indirizzate a imprese e intermediari assicurativi in materia di organizzazione, procedure e controlli interni nonché di adeguata verifica della clientela.

Su tali aspetti, pertanto, il quadro regolamentare attuativo della IV direttiva antiriciclaggio si completa per il comparto assicurativo, mentre nel settore creditizio e finanziario si attende l’emanazione del regolamento della Banca d’Italia sull’adeguata verifica della clientela.
Il Regolamento non è un mero riordino di disposizioni già contenute nei provvedimenti n. 41/2012 e n. 5/2014. Né poteva esserlo, in quanto il regolatore ha dovuto ovviamente tenere conto degli indirizzi della IV direttiva antiriciclaggio, degli orientamenti internazionali e delle norme già emanate o in corso di emanazione nel settore creditizio e finanziario.

Concentrando l’attenzione sugli intermediari assicurativi, l’impressione è che tale categoria dovrà sopportare un impatto significativo in ragione dell’introduzione di maggiori obblighi e adempimenti diretti, che non sono più – o lo sono parzialmente – demandabili alle imprese per conto delle quali operano.

Emblematico è l’art. 26 del Regolamento che impone agli intermediari assicurativi di osservare “comunque” le disposizioni in materia di organizzazione e controlli, mentre la previgente disciplina contemperava l’obbligo con la proporzionalità alla dimensione e complessità operativa.

Da ciò derivano conseguenze importanti, soprattutto sugli adempimenti di registrazione e conservazione dei dati, come d’altra parte evidenziato inequivocabilmente nella relazione illustrativa del Regolamento. Qui si legge infatti che le scelte definitorie operate a livello di normativa primaria hanno reso necessario disciplinare detti obblighi “in capo agli intermediari assicurativi mentre in precedenza potevano essere assolti mediante la mera trasmissione all’impresa di riferimento”.

In prospettiva, poi, ulteriori incombenze dovranno essere affrontate dagli intermediari assicurativi che supereranno le soglie dimensionali rilevanti da stabilirsi con separato provvedimento, richiamato dall’art. 4, comma 4 del Regolamento. Anche a tale proposito la relazione illustrativa è molto chiara nell’affermare che tali intermediari, in quanto esposti a maggiori rischi di riciclaggio, saranno tenuti ad adottare presidi, controlli e procedure “sinora non previsti”.

È verosimile ritenere che un aggravio maggiore nell’adeguamento dei propri processi operativi possa interessare i mediatori o broker (iscritti nella sezione b del registro unico degli intermediari) in quanto, per definizione, privi di uno stretto collegamento con una impresa di assicurazione per conto della quale agiscono e alla quale possano appoggiarsi per contenere l’impatto degli adempimenti organizzativi.

Anche il tema dell’adeguata verifica della clientela riserva qualche novità. La semplice lettura dell’art. 55 del Regolamento, se confrontato con l’art. 31, comma 1, del regolamento n. 5/2014, lascia intendere una maggiore estensione degli adempimenti. Ciò deriva in primo luogo dalle modifiche intervenute nelle normative di rango superiore, ma anche dalla combinazione con le specificità del comparto assicurativo.

La presenza nelle polizze vita di ruoli contrattuali affatto peculiari (contraente, assicurato e beneficiario) intuitivamente amplia, laddove detti ruoli siano riferibili a soggetti diversi, gli approfondimenti da condurre circa le figure rilevanti per l’antiriciclaggio (cliente, esecutore e titolare effettivo). In ipotesi di pagamento della prestazione assicurativa a soggetto indicato dal beneficiario designato, si dovrà individuare il c.d. “titolare effettivo sub 3”, novità assoluta introdotta dal Regolamento.

I legami tra le citate figure sono rilevanti sia per l’identificazione dei titolari effettivi sia per l’indagine su natura e scopo del rapporto continuativo o dell’operazione occasionale e potrebbero in concreto rendere particolarmente complessi approfondimenti e valutazioni degli intermediari assicurativi.

Un’ultima annotazione concerne l’auspicio che in un contesto come quello tratteggiato, di nuove e impegnative sfide per gli intermediari assicurativi, non si nascondano insidie aggiuntive dietro un coordinamento non impeccabile tra le autorità a vario titolo chiamate ad emanare disposizioni di attuazione della legge. Circostanza che non può dirsi scongiurata nella regolamentazione che qui ci occupa, come si può vedere nei due esempi che seguono.

In primo luogo, il ricordato emanando regolamento della Banca d’Italia in materia di adeguata verifica della clientela contiene, nel testo diffuso in consultazione, disposizioni che impattano anche sul comparto assicurativo e che sarebbe quindi opportuno consolidare quanto prima. Ci si riferisce in particolare alla soglia di importo rilevante per poter considerare a basso rischio i prodotti assicurativi del ramo vita (al momento tale soglia sarebbe fissata in un premio annuale non eccedente i 1.000 euro o in un premio unico di importo non superiore a 2.500 euro).

In secondo luogo, il Regolamento (art. 2, comma 1, lett. vv) stabilisce espressamente che le società di persone sono equiparate alle società di capitali per l’applicazione dei criteri di legge sull’individuazione dei titolari effettivi. Su identica questione il Ministero dell’economia e delle finanze, nelle risposte ai quesiti più frequenti pubblicate nel proprio sito internet istituzionale, sembra affermare l’esatto opposto, equiparando le società di persone alle persone fisiche e così sottraendole, parrebbe, ai criteri stabiliti dall’art. 20 del D.Lgs. 231/2007.

Risulta davvero arduo rintracciare nelle peculiarità dei contratti assicurativi argomenti su cui fondare tale diversità di trattamento.

In un precedente contributo, apparso su queste pagine qualche giorno fa avevamo segnalato l’introduzione, da parte del c.d. “Decreto crescita”, di un nuovo veicolo di investimento, volto ad agevolare la raccolta dei capitali destinati alle piccole e medie imprese e a quelle in fase di crescita: le cosiddette “Società di investimento semplice” (“SiS”). Rispetto alle regole tratteggiate nello schema di decreto (oggetto delle nostre precedenti note) il testo approvato dal Consiglio dei ministri il 23 aprile u.s. pone rimedio a numerose imprecisioni, armonizzando le SiS alla disciplina del mercato dei capitali nella quale, naturaliter, essesi collocano.

Il punto di maggior novità rispetto allo schema di decreto consiste nell’aver allineato la disciplina delle SiS con quella comunitaria della gestione collettiva del risparmio: un profilo, in vero, centrale per la stessa sopravvivenza, ed il possibile sviluppo, di questi nuovi veicoli. Se, infatti, lo schema di decreto ipotizzava una non realistica sottrazione delle SiS dall’intero corpo delle regole che presiedono alla gestione collettiva del risparmio (con un chiaro disallineamento rispetto alle regole comunitarie introdotte dalla Direttiva AIFMD), il nuovo art. 27 del Decreto crescita le riconduce in tale ambito, applicando alle stesse talune semplificazioni proprie dei cc.dd. gestori “sotto-soglia”. Le SiS, dunque, vengono a tutti gli effetti riconosciute come gestori collettivi del risparmio, in quanto tali soggette alla relativa disciplina, ma in forma attenuata, in quanto, per l’appunto, al di sotto delle soglie previste dalla disciplina europea.

In questo senso, l’art. 1, comma 1 del TUF viene novellato mediante l’inserzione della nuova definizione di “società di investimento semplice (SiS)”, identificata come “il FIA italiano, riservato a investitori professionali, costituito in forma di Sicaf che gestisce direttamente il proprio patrimonio e che rispetta tutte le seguenti condizioni: (omissis)”.

Trattandosi, come già previsto dalla bozza di decreto, di un gestore collettivo in forma societaria, e, in particolare, di un OICR di tipo chiuso, la forma a tal fine prevista è quella della SICAF, peraltro riservata a investitori professionali. Il nuovo art. 27 non fa più riferimento alla misteriosa categoria dei “business angels” che pur figurava nella bozza di decreto, pur in mancanza di una precisa definizione della stessa. Tale circostanza, oltre a meglio chiarire la platea degli investitori ai quali la SiS si rivolge, risolve in nuce il problema dell’eventuale applicazione a questi nuovi veicoli della disciplina del prospetto informativo: trattandosi, infatti, di OICR rivolti ai soli investitori professionali, la disciplina del prospetto risulta non applicabile alle SiS, sebbene esse debbano rispettare le disposizioni in materia di commercializzazione di OICR dettate dalla Consob (v. infra).

Meglio definite risultano anche le caratteristiche della SiS, declinate direttamente nella norma definitoria (con una parziale sovrapposizione tra definizioni e disciplina, che non giova comunque alla chiarezza). In primo luogo, il limite di 25 milioni di euro è ora espressamente riferito al patrimonio netto della società, così risolvendo i dubbi interpretativi sollevati dall’originaria formulazione del decreto che si riferiva unicamente ad azioni e strumenti finanziari. In secondo luogo, l’oggetto dell’investimento è limitato alle “PMI non quotate su mercati regolamentati di cui all’art. 2, par. 1, lett. f), primo alinea del regolamento (UE) n. 2017/1129 del 14 giugno 2017, che si trovano nella fase di sperimentazione, di costituzione e di avvio dell’attività, in deroga all’art. 35-bis, comma 1, lett. f)” del TUF. Le imprese target della SiS sono, dunque, in ogni caso PMI, secondo la definizione che ne fornisce il Regolamento UE sul prospetto informativo, e segnatamente: (i) società che in base al loro più recente bilancio annuale o consolidato soddisfino almeno due dei tre criteri seguenti: numero medio di dipendenti nel corso dell’esercizio inferiore a 250, totale dello stato patrimoniale non superiore a 43 000 000 EUR e fatturato netto annuale non superiore a 50 000 000 EUR; oppure (ii) piccole e medie imprese quali definite all’articolo 4, paragrafo 1, punto 13, della direttiva 2014/65/UE.

La circostanza per la quale le imprese target della SiS si trovino in una fase di “sperimentazione, costituzione o avvio” dell’attività connota, per tale via, l’oggetto dell’investimento sul piano della “qualità” dello stesso, e non già della sua “natura”: non si tratta, insomma, di una categoria di imprese diverse dalle PMI, come invece poteva dubitarsi in base al testo originario, ma di imprese target che presentino determinate caratteristiche. Il criterio viene, così, a rappresentare un normale indicatore della politica di investimento di un OICR analogamente, ad esempio, a quello geografico, merceologico, ecc.

Viene anche chiarito che la SiS non può ricorrere alla leva finanziaria: si risolve per tale via in radice il dubbio – sollevato dallo schema di decreto – circa la possibilità per la stessa di ricevere finanziamenti, e del loro eventuale computo nel limite dei 25 milioni di euro di raccolta massima.

Si prevede, infine, che la SiS debba disporre – in deroga all’art. 35-bis, comma 1, lett. c) TUF – di un capitale sociale almeno pari a quello previsto dalla disciplina societaria (art. 2327 c.c.), con un chiaro intento agevolativo per queste nuove iniziative.

Come già detto, trattandosi di un gestore c.d. “sotto-soglia”, le SiS formano oggetto di un regime semplificato: in particolare, il novellato art. 1, c. 1, lett. i-quater TUF) prevede la disapplicazione, nei confronti delle SiS, dell’art. 6, commi 1, 2 e 2-bis del TUF. In pratica, non trovano applicazione alle SiS gran parte e disposizioni di rango secondario emanate dalla Banca d’Italia e dalla Consob in materia di gestione collettiva: a tacer d’altro, quelle che individuano i requisiti patrimoniali; criteri e divieti di investimento del patrimonio; norme prudenziali di contenimento e frazionamento del rischio; prospetti contabili; metodi di calcolo del valore delle azioni dell’OICR; governo societario; politiche di remunerazione; organizzazione interna; trasparenza e correttezza dei comportanti, ecc. In sostanza, le SiS sono un OICR particolarmente “light” sul piano dei requisiti, e anche del regime loro applicabile.

A parziale correzione di quanto precede, si prevede, tuttavia, che le SiS debbano dotarsi di un “sistema di governo e controllo adeguato per assicurare la sana e prudente gestione delle SiS e l’osservanza delle disposizioni loro applicabili”: un elemento, questo, che spetterà alla Banca d’Italia, e alla Consob, valutare all’atto del rilascio dell’autorizzazione, e sul quale le Autorità saranno chiamate a vigilare anche nel continuo.

Inoltre, le SiS:

– devono stipulare un’assicurazione sulla responsabilità civile professionale adeguata ai rischi derivanti dall’attività svolta (in conformità, peraltro, alla disciplina UE);

– applicano le disposizioni in materia di commercializzazione di OICR dettate dalla Consob (di cui, allo stato, non si conoscono i contorni, ma che è auspicabile vengano allineate all’impianto della nuova disciplina).

Restano, inoltre, applicabili all’attività di distribuzione delle azioni delle SiS le disposizioni recate dalla disciplina di recepimento di MiFID II.

Un ulteriore alleggerimento rispetto alle regole generali è poi previsto in merito ai requisiti dei partecipanti al capitale che, in deroga all’art. 35-bis, comma 1, lett. e) TUF, devono rispettare unicamente i requisiti di onorabilità previsti dall’art. 14 del TUF, e non anche quelli di competenza e di correttezza.

Meglio formulata risulta, infine, anche la disposizione volta ad evitare il ricorso seriale alle SiS, già abbozzata dallo schema di decreto. Si prevede, infatti, che “i soggetti che controllano una SiS, i soggetti da questi direttamente o indirettamente controllati o controllanti, ovvero sottoposti a comune controllo anche in virtù di patti parasociali o vincoli contrattuali ai sensi dell’art. 2359 c.c., nonché i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso una o più SiS possono procedere alla costituzione di una o più SiS, nel rispetto del limite complessivo di euro 25.000.000”. In sostanza, sparisce il riferimento ad un arco temporale di 12 mesi (originariamente individuato come limite per la costituzione di una nuova SiS da parte di chi già avesse fatto ricorso al veicolo), e prevale il criterio quantitativo, dovendosi allora cumulare il patrimonio raccolto attraverso più SiS, sino al raggiungimento del massimo. Non essendovi più un arco temporale di riferimento, permane il problema di stabilire se il limite debba intendersi riferito unicamente alle SiS in essere, oppure se si debba tener conto anche di quelle che, nel frattempo, siano cessate, e siano state liquidate, eventualmente anche in epoche remote. Salvi eventuali chiarimenti, pare preferibile ritenere che il limite complessivo vada computato con riguardo unicamente alle SiS in essere, con esclusione di quelle cessate, e cancellate dal registro delle imprese.

Fermo quanto precede, preme osservare che – in base alle disposizioni del Decreto crescita – le SiS restano assoggettate alle altre regole previste dal TUF, in quanto non disapplicate dal Decreto crescita stesso. In particolare, e a differenza di quanto prevedeva la bozza del decreto, le SiS restano assoggettate all’obbligo di autorizzazione preventiva da parte della Banca d’Italia, sentita la Consob, secondo quanto previsto, in generale per tutte le SICAF, dall’art. 35-bis del TUF (non disapplicato dall’art. 27 del Decreto crescita, ma soltanto integrato secondo quanto già osservato), e alla(e) relativa(e) vigilanza(e). Il sistema italiano, per tale via, mantiene ferma la propria impostazione in base alla quale anche ai cc.dd. gestori sottosoglia si applica la procedura di autorizzazione ordinaria alla costituzione (o allo svolgimento dell’attività), e non già una più snella forma di registrazione del veicolo, come consentirebbe la disciplina europea, e come effettivamente attuato in numerosi altri ordinamenti europei.

In definitiva, la SiS assume oggi – sulla base del testo del Decreto crescita approvato il 24 aprile u.s. – caratteri più chiari, e maggiormente in linea con il sistema. La notevolissima semplificazione prevista sul piano dei requisiti applicabili agli OICR, e dei conseguenti oneri, le rende un veicolo attraente, e snello per la realizzazione di iniziative nel settore del private equity e del venture capital rivolto alle PMI. Una “mini-SICAF”, insomma, ben calibrata sulle esigenze delle piccole e medie imprese, senza però trascurare l’esigenza di tutelare gli investitori.

Il documento posto in consultazione sulla disciplina delle Initial Coin Offerings (ICOs) e degli scambi delle cc.dd. “cripto-attività” (comunemente “token”) pubblicato dalla Consob in data 19 marzo 2019 formula interessanti proposte, per addivenire ad una disciplina del fenomeno, tenendo conto dei suggerimenti degli esperti e degli operatori del mercato su tematiche particolarmente complesse in ambito FinTech.

 

L’idea del crowdfunding quale naturale alveo in cui favorire uno sviluppo “ordinato” del fenomeno ICOs permea tutto il Documento. Un approccio non dissimile è adottato dal legislatore europeo. Consob sembra convergere sull’idea che una efficace implementazione della disciplina del crowdfunding – soprattutto con riferimento al secondario – potrebbe contribuire allo sviluppo di quel mercato, fungendo anche da volano per lo sviluppo di nuovi modelli di business in ambito di criptoattività e blockchain. Tale scelta sarebbe inoltre coerente con gli scopi delle recenti modifiche alla disciplina del crowdfunding con le quali il legislatore italiano ha deciso di consentire, in via generale, a tutte le piccole e medie imprese di accedere a questo canale di raccolta di capitale (Legge di Bilancio 2017).

 

In tale solco, si inserisce la scelta di favorire l’innovazione tecnologica apportata dalla blockchain e dai token permettendo ai c.d. “exchange” di testare il loro business attraverso un meccanismo di opt-in.

 

Nonostante l’impostazione generale del Documento sia da valutarsi favorevolmente, permangono alcune questioni problematiche.

 

Su di un piano generale, le proposte della Consob andranno coordinate con la disciplina europea e con quella domestica, in materia di strumenti finanziari e prodotti finanziari. Questi ultimi, infatti, sono soggetti a regole molto strutturate (MiFID; prospetto informativo, ecc.), e là dove sia qualificabile alla stregua dell’uno, o dell’altro, andrà meglio chiarito se, ed in quale misura, le regole attuali dovranno o potranno applicarsi.

 

Al riguardo è utile osservare come la definizione di “cripto-attività”, porti comunque a superare un diffuso equivoco, ovvero che tutto ciò che circola nel mondo della blockchain sia una “criptovaluta”: definizione fin qui utilizzata indistintamente per identificare token o beni molto differenti tra di loro, spesso completamente privi di alcuna vocazione valutaria.

 

Tornando alla consultazione, sebbene, al momento, il modello più diffuso di exchange sia quello centralizzato, l’Autorità – in un’ottica di neutralità tecnologica e per coerenza con l’impostazione di fondo del Documento – farebbe bene a considerare anche quelli decentralizzati. Peraltro, la stessa qualificazione di “cripto-asset” potrebbe cambiare in funzione della sua negoziabilità su di una piattaforma multilaterale di scambi, stante le definizioni attualmente rinvenibili in ambito europeo di “valori mobiliari” e di “strumenti finanziari”. Infine, qualche dubbio sembra sollevare la previsione per la quale i sistemi di scambio dovrebbero dotarsi di “regole e procedure idonee per l’accesso e l’identificazione dei partecipanti in modo tale da rendere inutilizzabili tecnologie basate su registri distribuiti nella forma c.d. permissionless”. L’opportunità di tale scelta è opinabile sia da un punto di vista tecnologico che commerciale. Dal primo punto di vista, è bene sottolineare che le blockchain permissionless permettono solo un pseudoanonimato e che il mercato sta sviluppando smart contracts che identificano i soggetti acquirenti in tutte le le fasi di scambio. Dal secondo punto di vista, costituendo le blockchain permissionless quasi la totalità delle blockchain presenti sul mercato, una restrizione di questo tipo potrebbe compromettere la finalità di costituire un attivo mercato secondario di criptoattività.

 

Andrea Conso

A&C Annunziata & Conso

  1. Ormai da tempo, il legislatore sia europeo, sia nazionale, è impegnato nello sviluppo di nuovi strumenti volti a facilitare l’afflusso di capitali a beneficio delle piccole e medie imprese, e di quelle in fase di crescita: crowdfunding, nuove regole per organismi di investimento collettivo (EuVeCa; EuSeF; ELTIF; OICR sotto-soglia); minibond; despecializzazione dell’attività creditizia; creazione di sistemi di negoziazione ad hoc; Piani Individuali di Risparmio (PIR); ecc. Forse non si può ancora parlare di un compiuto sottosistema speciale della c.d. capital market regulation pensato per le PMI, ma è indubbio che vi sono vari segnali che vanno in questa direzione. Se si pone, ad esempio, a confronto il Testo Unico della Finanza (TUF) nella versione oggi vigente con il testo originario, o anche soltanto con la versione risalente a una decina di anni fa, si può svolgere un confronto (anche meramente visivo) eloquente: nel corpo del TUF di allora non si faceva menzione delle PMI; il fenomeno era del tutto sconosciuto. Ora, invece, quel fenomeno entra a più livelli e connota, tra gli altri, il mondo degli organismi di investimento collettivo (OICR), che si è modificato, subendo vere e proprie alterazioni “genetiche” in funzione del perseguimento di obiettivi di politica legislativa o economica a favore, o a sostegno delle PMI.
    In particolare, proprio lo schema dell’OICR ha mostrato la sua capacità di evolversi e di adattarsi, per raggiungere finalità che, oggi, sembrano lontane da quelle che ne giustificarono l’introduzione negli Stati Membri dell’Unione partire dagli anni ’60-’70 del secolo scorso e che, successivamente, furono poste alla base della prima direttiva comunitaria in materia (la c.d. “UCITS”, risalente, nella sua prima versione, al 1985, e oramai giunta alla sua quinta edizione). Nella prima formulazione di quella direttiva (così come nella prima legge italiana in materia, la legge n. 77/1983) gli OICR erano concepiti come strumenti di investimento di massa, destinati alla raccolta presso il pubblico di grandi capitali, da investire essenzialmente in emittenti quotati o in titoli liquidi. Lo schema di riferimento era l’OICR aperto, rivolto alla platea indistinta del pubblico di risparmiatori. Quel modello si è ampiamente diversificato nel tempo, fino a giungere all’elaborazione di schemi nuovi, che modificano sia il profilo originario dell’OICR, sia il rapporto tra l’OICR e l’impresa oggetto di investimento, rompendo – per tale via – alcuni dei più classici “tabù” della disciplina di questa materia, come, ad esempio, quello per il quale un OICR non potrebbe, né dovrebbe, mai detenere il controllo di un’impresa target. Siffatta impostazione, infatti, è ormai venuta meno, giacché, nel campo di cui ci occupiamo, gli OICR investono, controllano e si ingeriscono direttamente nelle imprese target, con l’obiettivo di generare valore per i loro investitori.
    E’ proprio in questo solco che si inserisce – ma con notevoli, e spiccate peculiarità – il nuovissimo istituto delle cosiddette “società di investimento semplice “ (“SIS”), che emerge dallo schema di decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 2 aprile 2019 (c.d. Decreto Crescita): un testo, peraltro, ancora non definitivo, stante la necessità di affinare le numerose novità dallo stesso introdotte, tra le quali quella di cui si discute.
  1. In base a quanto risulta dal testo dell’art. 28 dello schema del Decreto Crescita (e dalle modifiche che tale articolo introdurrà al Testo Unico della Finanze) le SIS si configurano come società aventi quale oggetto sociale esclusivo “l’investimento collettivo raccolto in PMI non quotate su mercati regolamentati di cui all’art. 2, par. 1, lett. f) del regolamento (UE) n. 2017/1129 del 14 giugno 2017 che si trovino nella fase di sperimentazione, di costruzione e di avvio dell’attività.” Lo scopo è dunque chiaro, e pienamente allineato alle altre iniziative già evocate: supportare PMI e imprese in fase di crescita, con uno strumento ad hoc, che faciliti la raccolta dei relativi capitali.La forma giuridica delle SIS è previsto che sia quella della società per azioni di diritto comune, con alcune peculiarità: innanzitutto, la SIS può avere un “capitale” massimo di 25 milioni di Euro, da raccogliersi presso “investitori professionali e/o business angel”, mediante l’offerta di “azioni e di altri strumenti finanziari partecipativi”. In secondo luogo, la SIS deve avere sede legale e direzione generale in Italia, e può essere “gestita da uno o più soggetti in possesso dei requisiti di onorabilità ai sensi dell’art. 13, co. 2 e 5 del TUF”. In terzo luogo, si dispone che le SIS non possano emettere obbligazioni, e che ad esse non si applichino gli artt. 2349, 2350, co. 2 e 3, 2353, 2447 e 2447-decies del codice civile.

    La sintetica definizione così introdotta dall’art. 28 dello schema di Decreto nel corpo del TUF insiste, pertanto, su due ambi: il primo, è quello della natura giuridica della società, e dei suoi tratti caratterizzanti; il secondo, è quello del suo rapporto con la disciplina del mercato dei capitali e, quindi, del TUF.

    Quanto al primo ambito, lo schema di base della società per azioni presenta, in relazione alle SIS, tre elementi peculiari: un oggetto sociale specifico, ed esclusivo; un limite massimo di raccolta di capitale; la disapplicazione di alcune regole proprie della società per azioni di diritto comune (impossibilità di emettere obbligazioni, e non applicabiltà delle disposizioni già richiamate). In questo senso, lo schema della SIS riflette – mutatis mutandis – un’impostazione non dissimile da quella che connota gli altri schemi di investimento collettivo, aventi forma societaria (tipicamente, le SICAV e le SICAF), con riguardo ai quali le regole generali della società per azioni vengono in parte rimodulate, o disapplicate. L’imprecisa tecnica normativa solleva tuttavia varie questioni interpretative, risolvibili in parte alla luce di una corretta lettura sistematica: ad esempio, la disposizione prevede che il “capitale” della SIS possa essere raccolto tramite azioni e strumenti finanziari partecipativi, e non possa eccedere l’importo di 25 milioni di euro. Orbene, a parte il fatto che la raccolta tramite strumenti finanziari non è imputabile al capitale sociale della società, pare evidente che la congiunzione “e” debba leggersi come e/o, e ciò nel senso che la raccolta potrà avvenire tramite l’uno, e/o l’altro, degli strumenti indicati. Nulla si dice, poi, con riguardo all’eventuale trattamento del sovrapprezzo, sebbene evidenti ragioni conducano a ritenere che, nel computo del limite dei 25 milioni di euro, debba conteggiarsi anche il sovrapprezzo. Quanto alle obbligazioni, la disposizione ne preclude l’emissione alle SIS (analogamente al regime applicabile alle SICAF e alle SICAV), con ciò dovendosi intendere che risulti preclusa l’emissione anche di strumenti finanziari assimilabili alle obbligazioni. Nulla si dice, infine, per quanto attiene alla possibilità per le SIS di raccogliere finanziamenti da soci, o da terzi, ed alla computabilità o meno di tali importi nel limite complessivo dei già ricordati 25 milioni di euro: nel silenzio della legge, non sembrerebbero sussistere preclusioni a riguardo, ma si tratta di un aspetto (tra gli altri e al pari del già richiamato tema del “sovrapprezzo”) che meriterebbe un chiariemento da parte dello stesso Legislatore, per gli evidenti impatti che una limitazione della specie potrebbe avere sullo sviluppo di iniziative della specie. Infine, l’art. 28 fa riferimento ai “gestori” della SIS, così evocando impropriamente lo schema degli OICR statutari eterogestiti, là dove, di contro, sembra che con tale espressione debbano essenzialmente intendersi gli amministratori della società di investimento, i quali devono essere in possesso dei requisiti ivi previsti.

    Quanto, invece, ai rapporti con la disciplina del TUF, la SIS viene espressamente espunta, e dunque esentata, dall’intero corpo di regole che si applicano alla gestione collettiva del risparmio: pur avendo, infatti, la SIS ad oggetto “l’investimento collettivo del capitale raccolto” nelle imprese ivi individuate, l’art. 28 dello schema di Decreto introduce una specifica lettera g-bis all’art. 32-quater, comma 2, TUF, con la conseguenza di rendere alle inapplicabile alle SIS l’intera disciplina degli OICR. In sostanza, le SIS sono sì, organismi di investimento collettivo, ma integralmente sottratte dalla relativa disciplina: l’esercizio dell’attività non richiede, dunque, alcuna autorizzazione preventiva, né la SIS risulta a vigilanza da parte delle Autorità che, tipicamente, vigilano sul comparto della gestione collettiva (Banca d’Italia e Consob, per i profili di rispettiva competenza).

    Al fine di limitare rischi di abusi nell’impiego di uno schema che si colloca così nettamente al di fuori della riserva di attività della gestione collettiva del risparmio, si prevede, infine, che i soci fondatori di una o più SIS ed i soggetti a questi legati da un rapporto di controllo o collegamento ai sensi dell’art. 2359 c.c., possono procedere alla costituzione di una o più SIS soltanto successivamente alla data di deliberazione che approva la messa in liquidazione di una o più delle predette SIS. Si vuole così impedire, o quantomeno disincentivare, il ricorso “seriale” alle SIS, mediante schemi che frazionino progetti di dimensioni rilevanti in più organismi. Il divieto in parola è, tuttavia, formulato in modo tale da non disciplinare numerosi altre ipotesi che potrebbero dar luogo ad effetti del tutto analoghi a quelli che si vorrebbero evitare. Ad esempio limitandosi a contemplare i soci fondatori, e i soggetti controllati e collegati ai sensi dell’art. 2359 c.c., si dimenticano ipotesi di rilievo quali, ad esempio, quelle che attengono a soggetti che agiscono di concerto, alle parti correlate, ecc.

 

  1. Sebbene sia molto apprezzabile l’intendimento sotteso all’introduzione, nell’ordinamento italiano, delle SIS, la formulazione dell’art. 28 dello schema di Decreto presenta anche profili problematici che toccano, per così dire, il vertice del sistema, e la sua coerenza interna.Come già detto, la novità di maggior rilievo delle SIS consiste nell’esenzione delle dall’applicazione dell’intero corpus normativo in materia di gestione collettiva del risparmio, e dalla relativa vigilanza.

    Questo regime di esenzione integrale delle SIS dalla disciplina degli OICR si colloca soltanto in parte nel solco del regime derogatorio già previsto dalla legislazione comunitaria per i gestori collettivi che intendono gestire FIA riservati. Infatti, a seguito del recepimento della AIFMD (Direttiva 2011/61/EU), qualora i gestori gestiscano FIA riservati con un patrimonio al di sotto delle soglie individuate dalla Direttiva[1], ad essi si applicano regole meno onerose di quelle altrimenti richiesti ai gestori che non rientrano in tale sotto-categoria (ad esempio, il capitale minimo richiesto è, in tal caso, ridotto a soli euro 50.000). Tuttavia, quanto disposto dallo schema di Decreto va ben oltre il regime applicabile ai cc.dd. gestori “sotto soglia”: per questi ultimi, infatti, la Direttiva AIFM prevede, infatti, che essi siano perlomeno “soggetti a registrazione presso le autorità competenti del loro stato membro d’origine” (art. 3). Ciò significa che gli stessi, pur essendo esenti dal regime autorizzativo previsto per i soggetti “sopra soglia”, sono ugualmente sottoposti al regime di vigilanza previsto per l’attività di gestione collettiva del risparmio.

    A suo tempo, in occasione del recepimento in Italia della Direttiva AIFM, il regime comunitario agevolato per i gestori “sotto soglia” è stato, in vero, applicato in modo troppo restrittivo dal legislatore: il TUF contempla, sì, la figura del gestore sottosoglia (rif art. 35-undecies del TUF), ma ad essa è riservato un regime che, in concreto, non si differenzia moltissimo da quello applicabile agli altri gestori: in particolare, i gestori sotto soglia sono comunque soggetti a preventiva autorizzazione da parte della Banca d’Italia (e non ad una mera forma di notifica/registrazione) e, per i profili di competenza, alla vigilanza sia della Banca d’Italia, sia della Consob. E’ poi ben vero che per tali gestori sono previste alcune semplificazioni sul piano della struttura organizzativa, dell’articolazione del sistema dei controlli interni, e della governance, ma, nella sostanza, lo “scalino” che li separa dai gestori collettivi ordinari non è elevatissimo. In questo senso, la scelta compiuta dal legislatore italiano in fase di recepimento della Direttiva AIFM non corrisponde ai regimi introdotti in altri Paesi, più attenti a “dosare” la proporzionalità delle misure comunitarie come, ad esempio, in Lussemburgo, Francia, Irlanda.

    Di contro, la nuova disciplina per le SIS introdurrà un’esenzione assoluta da tutti i richiamati obblighi, risultando disapplicato, con riguardo alle SIS, l’intero Titolo III del TUF. L’impostazione adottata dallo schema di Decreto, pur apprezzabile negli intendimenti di dar vita ad un soggetto connotato da snellezza e semplicità operativa (se confrontato con i gestori collettivi soggetti a vigilanza), non è, tuttavia, agevole da valutare con riguardo proprio alla sua compatibilità con la disciplina europea. Poiché la SIS è – dichiaratamente – un soggetto che svolge l’attività di “gestione collettiva” – essa rientrerebbe, a tutti gli effetti, nel campo di applicazione della disciplina UE e, in particolare, della Direttiva AIFM: pur tenendo conto delle sue ridotte dimensioni (largamente inferiori anche a quelle, già richiamate, previste per i gestori “sotto soglia), la SIS dovrebbe dunque, in teoria, essere sottoposta al regime di mera registrazione/notifica derivante dalla Direttiva AIFMD. Il silenzio dello schema di Decreto e della relazione accompagnatoria su questo punto non consente di risolvere la questione in modo agevole.

    L’antinomia non pare, peraltro, colmabile sul piano interpretativo o sistematico, stante la secca esenzione prevista per le SIS dall’art. 28 dello schema di Decreto (ad esempio, là dove si ritenga che il regime di mera registrazione, introdotto dalla Direttiva AIFM possa “recuperarsi”, e dunque applicarsi, alle SIS in via di mera interpretazione”) Ne deriva, salvi eventuali chiarimenti, o modifiche al testo, un profilo di possibile contrasto tra la nuova disciplina, e quella europea, con potenziali effetti sulla “tenuta” del nuovo istituto.

    Nella prospettiva di cui sopra, l’impostazione seguita dallo schema di Decreto non si giustifica neppure alla luce del fatto che la SIS risulta riservata a due particolari categorie di investitori: quelli professionali e i cc.dd. “business angel”. Infatti, il sistema sia europeo, sia nazionale, già conoscono schemi di OICR “riservati”, ai quali tuttavia resta applicabile – eventualmente con graduazioni e semplificazioni anche di un certo rilievo – la disciplina della gestione collettiva, e la relativa vigilanza. Tuttavia, le SIS sono accessibili anche a soggetti diversi dagli investitori professionali: i (misteriosi) “business angel”, per l’appunto, di cui, peraltro, lo schema di Decreto non si preoccupa di fornire una definizione. Se, con riguardo a quest’ultima questione ultimi si può (forse) ritenere che i “business angel” siano da identificare con quelli di cui tratta l’art. 1, co. 1, lett. m-undecies.1) del nuovo testo dalla legge di Bilancio per il 2019 (“investitori a supporto dell’innovazione che hanno investito in maniera diretta o indiretta una somma pari ad almeno euro 40.000 nell’ultimo triennio”), è chiaro che essi sono comunque diversi dagli investitori professionali, e anche diversi dagli investitori non professionali che pur possono investire negli OICR riservati, in base alle regole attualmente applicabili, purché l’importo dell’investimento risulti almeno pari a 500.000 Euro.

    Al di là dell’eventuale rinvio alla legge di Bilancio per il 2019, nulla di più, inoltre, è dato sapere in merito alle caratteristiche e al profilo di tali “busines angels”, i quali potrebbero, invece, ben rientrare nel novero degli investitori retail, non necessariamente dotati di risorse finanziarie ingenti, o di un profilo di rischio allineato a quello della SIS.

    In sostanza, sembra allora che l’impostazione adottata dallo schema di Decreto punti a semplificare tutte queste questioni alla luce di una constatazione meramente fattuale: posto che la SIS è un veicolo di investimento relativamente “piccolo” (ossia, per massimi 25 milioni di euro), il sistema può tollerare la sottrazione della stessa da qualsivoglia forma di controllo o vigilanza, nonostante i vincoli comunitari e l’incoerenza di sistema che tale impostazione potrebbe comportare. Che tale impostazione sia sufficiente a sorreggere l’impianto di questo nuovo istituto sarà da verificare nel corso del tempo.

 

  1. Nella prospettiva di cui sopra, è forse però sfuggito al legislatore il problema dell’eventuale applicazione della disciplina del prospetto informativo alle SIS. Si è già detto che la soglia massima di capitale che le SIS possono raccogliere è pari a 25 milioni di euro. Tale soglia è superiore a quella di esenzione contemplata dalla disciplina del prospetto informativo (come recentemente novellata dalla Delibera 20686/2018 della Consob e prevista anche dalla più recente disciplina comunitaria), nell’ambito della quale essa risulta pari a 8 milioni di Euro, da calcolarsi su di un periodo di 12 mesi. Stanti gli elevati oneri connessi con la predisposizione del prospetto, le SIS dovranno, pertanto, valutare di scaglionare nel tempo la raccolta dei capitali, al fine di non superare la soglia di 8 milioni di euro in un arco di 12 mesi, salvo avvalersi di altre ipotesi di esenzione previste dalla disciplina (cfr. l’art. 34-ter del Regolamento emittenti Consob, come da ultimo novellato): ad esempio, quella che si applicherebbe là dove la partecipazione alla SIS fosse riservata ai soli investitori professionali – ma con esclusione, allora, dei business angel diversi da questi ultimi, il che priverebbe le SIS del contributo di investitori potenzialmente importanti – o qualora l’importo minimo della sottoscrizione fosse almeno pari a 50.000 Euro.

 

  1. Suscettibili, quantomeno, di ulteriori chiarimenti (se non proprio di interventi definitori) sono anche i profili che riguardano l’oggetto dell’investimento delle SIS.Se, da un lato sussistono pochi dubbi circa la definizione di PMI, ben tracciata nei suoi requisiti del Regolamento UE 2017/1129 (rispetto di almeno due dei seguenti criteri: meno di 250 dipendenti; totale dello stato patrimoniale non superiore a 43 milioni di euro; fatturato annuale non superiore a 50 milioni di euro), dall’altro non è affatto chiara l’identificazione delle PMI che si trovino nella “fase di sperimentazione, di costruzione e di avvio dell’attività”. Tale espressione sembra identificare il periodo iniziale di attività, funzionale al perfezionamento dei meccanismi di produzione e del loro output. Non è dato da intendere, tuttavia, quanto dovrebbe durare tale periodo, né come debba computarsi, mentre è indispensabile che, per una chiara identificazione della fattispecie, tali elementi vengano chiariti e ben individuati.

    Si osservi, infatti, a riguardo, che qualora una società di investimento investisse in imprese target che non rientrano chiaramente tracciato dalla relativa norma definitoria, essa sarebbe, a tutti gli effetti, un OICR, sottoposto alla relativa disciplina sia di tipo autorizzativo, sia di vigilanza. L’identificazione esatta del confine è, allora, essenziale, stante le conseguenze che, altrimenti, ne deriverebbero.

 

  1. L’espulsione delle SIS dalla normativa in materia di gestione collettiva ha una portata innovativa certamente rilevante, e va indubbiamente incontro alle istanze del mercato e degli operatori per la strutturazione di strutture e forme più snelle per far affluire capitale alle PMI in fase di sviluppo e di crescita. Evidenti sono anche i benefici che ne potrebbero derivare sul piano dello sviluppo e della ripresa economica: d’altro canto, non è un caso che, come già ricordato, le PMI siano da tempo all’attenzione del legislatore, anche europeo. Le misure annunciate dallo schema di Decreto crescita per le SIS vanno in queste direzioni, ma richiedono di essere ulteriormente affinate e precisate. Il confine tra attività riservate e non; l’esatta identificazione dei tratti della SIS; la sua compatibilità con la disciplina europea; il rapporto tra SIS e disciplina del prospetto sono soltanto alcuni dei nodi che andranno sciolti.Resta, inoltre, un grande assente: la fiscalità del nuovo strumento. Appare, infatti, imprescindibile, l’esigenza di accompagnare l’introduzione di questa nuova disciplina con i dovuti chiarimenti sul piano fiscale, in quanto, allo stato, non viene chiariuto se alle SIS debba essere riconosciuto il regime tipico dei veicoli di investimento collettivo, alla stregia delle SICAV e SICAF; tanto meno constano indicazioni su quali potranno essere in concreto i benefici riconosciuti ad incentivazione di queste iniziative.

    Annunzita&Conso

 

[1] Il FIA si considera sotto soglia se le sue attività, comprese quelle acquisite mediante la leva finanziaria, non superano in totale la soglia di 100 milioni di euro, oppure la soglia di 500 milioni, a condizione tuttavia – in questo secondo caso – che il FIA non ricorra alla leva finanziaria e preveda che il diritto dei partecipanti al rimborso delle quote o azioni non sia esercitabile per un periodo di almeno cinque anni a decorrere dalla data di investimento iniziale in ciascun FIA.

1. Premessa

Lo scorso 25 marzo il Dipartimento del tesoro del Ministero dell’economia e delle finanze ha posto in pubblica consultazione lo schema del decreto legislativo di attuazione della V Direttiva Antiriciclaggio (Direttiva UE 2018/843). Il predetto provvedimento è destinato a modificare ed integrare il D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231 – già modificato dal D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90 – concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo.

Si propone di seguito una breve analisi della bozza di decreto, nel tentativo di individuare i profili innovativi di maggiore rilevanza.

2. Soggetti obbligati

L’approccio adoperato dal legislatore nella bozza di decreto riflette gli obbiettivi della V Direttiva antiriciclaggio, finalizzata ad un’ulteriore stretta verso la prevenzione del fenomeno criminoso del riciclaggio.

Tale approccio si consolida nello schema di decreto con l’ampliamento del novero dei soggetti obbligati, tra i quali vengono inclusi i prestatori di servizi di portafoglio digitale, i galleristi, i gestori di case d’asta e gli antiquari.

Da questo punto di vista, si deve sottolineare che l’Italia aveva già fatto un passo avanti verso l’ampliamento della platea di soggetti obbligati: il D.Lgs. 90/2017 aveva già anticipato l’orientamento del legislatore comunitario, inserendo tra i soggetti tenuti al rispetto delle regole antiriciclaggio “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, limitatamente allo svolgimento dell’attività di conversione di valute virtuali da ovvero in valute aventi corso forzoso”. Lo schema di decreto in esame, tuttavia, va addirittura oltre in quanto prevede un’ulteriore estensione della definizione di “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valute virtuali” – allineandosi alla recente legislazione europea votata ad una continua regolamentazione del mondo delle valute virtuali e dei servizi di pagamento digitali – includendovi, oltre ai c.d. cambia valute virtuali, già previsti dall’art. 1, co. 2, lett. ff) del D.Lgs. 231/2007, anche quei soggetti che prestano “servizi di emissione, collocamento, trasferimento e compensazione e ogni altro servizio funzionale all’acquisizione, alla negoziazione o all’intermediazione delle valute medesime”, ossia, in particolare, gli emittenti di “token” nell’ambito di Initial Coin Offering (ICO) e tutti gli altri soggetti che, a titolo professionale, erogano servizi nel mondo delle valute virtuali.

Inoltre, l’estensione della predetta definizione ha riguardato anche profili oggettivi con l’aggiunta della lettera ff-bis), riguardante i “prestatori di servizi di portafoglio digitale” (c.d. wallet providers), soggetti che forniscono, a titolo professionale, “servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali”. Tale ultima modifica rende ancora più evidente l’intento del legislatore europeo e nazionale di sottoporre agli obblighi antiriciclaggio tutti i soggetti operanti nel settore delle valute virtuali con riferimento a tutte le possibili tipologie di operazioni che posso essere effettuate con le medesime, ivi incluse le c.d. criptovalute.

Un’altra importante novità consiste nell’inclusione, tra i soggetti obbligati, di coloro che commerciano opere d’arte o che agiscono in qualità di intermediari in tale settore, anche quando tale attività è effettuata da gallerie d’arte e case d’asta, nel caso in cui il valore dell’operazione, o di più operazioni legate tra loro, sia pari o superiore a diecimila euro.

Merita, altresì, menzione l’estensione proposta dalla bozza di decreto in relazione alle attività sottostanti alle operazioni di cartolarizzazione di crediti disciplinate dalla Legge 30 aprile 1999, n. 130. In particolare, lo schema di decreto prevede l’inserimento del comma 2-bis all’art. 3 del DLgs 231/07 il quale stabilisce che gli intermediari bancari e finanziari “incaricati della riscossione dei crediti ceduti, dei servizi di cassa e di pagamento e delle verifiche di conformità”, devono provvedere all’adempimento degli obblighi antiriciclaggio “anche nei confronti dei debitori ceduti alle società di cartolarizzazione dei crediti nonché dei sottoscrittori dei titoli emessi dalle medesime società”. Tale presidio è evidentemente finalizzato a sottoporre agli obblighi antiriciclaggio tutti quei soggetti che, nell’ambito di complesse operazioni di cartolarizzazione, intervengono, anche come semplici veicoli, nei flussi di denaro.

3. Titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche

Altro aspetto interessante è la semplificazione dei criteri residuali previsti dall’art. 20, co. 4 del d.lgs. 231/2007, volti all’individuazione del titolare effettivo nei casi in cui gli obblighi antiriciclaggio debbano essere esperiti nei confronti di clienti diversi dalle persone fisiche. Nella formulazione oggi vigente, il titolare effettivo viene determinato, in via residuale – ossia laddove l’applicazione dei criteri previsti nei commi 1, 2 e 3 “proprietà diretta o indiretta” e “controllo” non risultino sufficienti – “nella persona fisica titolare di poteri di amministrazione o direzione della società. Secondo la corretta interpretazione della norma, i soggetti obbligati sono tenuti, in particolare nel caso di clienti appartenenti a grandi gruppi (magari di società ad azionariato diffuso), a risalire la catena del controllo fino alla persona fisica titolare di poteri di amministrazione o direzione della società controllante il proprio cliente. Lo schema di decreto porterebbe chiarimento all’ambiguo e atecnico riferimento a “società” ivi previsto, specificando, ad opera dell’inciso “o delcliente comunque diverso dalla persona fisica”, che il titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche dovrebbe essere individuato in via residuale nel rappresentante legale o amministratore del cliente stesso e non della società ultima controllante.

4. Altre novità

Meccanismi di cooperazione nazionale e internazionale

Ulteriore aspetto rilevante riguarda il generale rafforzamento dei poteri attribuiti alle autorità di vigilanza dall’art. 7, nonché dei meccanismi di cooperazione nazionale e internazionale previsti dall’art. 12.

Obblighi di adeguata verifica rafforzata della clientela

Quanto agli obblighi di adeguata verifica rafforzata della clientela di cui all’art. 24, co. 2, lett. b), lo schema di decreto, mediante l’introduzione del n. 5-bis), ha aggiunto tra i fattori di cui i soggetti obbligati devono tener conto, le operazioni “relative a petrolio, armi, metalli preziosi, prodotti del tabacco, manufatti culturali e altri oggetti di importanza archeologica, storica, culturale e religiosa o di raro valore scientifico, nonché avorio e specie protette”. Al riguardo, pur in perfetta coerenza con il dettato normativo comunitario, pare criticabile il richiamo ad operazioni afferenti a settori economici che presentano una non così evidente connessione con reati di riciclaggio; per di più ove si consideri che a gli stessi devono aggiungersi quelli richiamati dal provvedimento sull’adeguata verifica della clientela (smaltimento rifiuti, gioco d’azzardo, ecc.) con la possibile conseguenza di attrarre a verifica rafforzata una ampia pletora di soggetti.

Lo schema di decreto propone, inoltre, di valutare come ad alto rischio non più il cliente residente in un paese black list, ma il semplice coinvolgimento di soggetti che prevedano una radicazione in tali paesi. Se, infatti, l’art. 24, co. 5, lett. a), ad oggi vigente, prevede che i soggetti obbligati devono applicare gli obblighi di adeguata verifica rafforzata della clientela laddove abbiano “clienti residenti in Paesi terzi ad alto rischio individuati dalla Commissione europea”, lo schema di decreto in consultazione attribuisce rilevanza, ai fini dell’adempimento degli obblighi di adeguata verifica rafforzata ai “rapporti continuativi, prestazioni professionali ed operazioni che coinvolgono paesi terzi ad alto rischio”.

Esternalizzazione obblighi di adeguata verifica della clientela

Rileva inoltre segnalare che il nuovo comma 2 dell’art. 30, prevede che le autorità di vigilanza di settore possono individuare specifici presidi organizzativi in presenza dei quali è prevista la possibilità, per i soggetti obbligati all’assolvimento degli obblighi di adeguata verifica, di esternalizzare a terzi (anche non “soggetti obbligati”) l’identificazione del cliente, titolare effettivo ed esecutore e la verifica dell’identità degli stessi ai sensi delle lettere a) eb) dell’art. 18. La stessa norma, tuttavia, limita la possibilità di avvalersi di tali soggetti per l’individuazione dello scopo e/o natura del rapporto di rischio ex art. 18, comma 1, lett. c).

Registro dei titolari effettivi

In ultimo, lo schema di decreto introduce all’art. 21, co. 4, la lett. d-bis) con la quale estende a chiunque ne dimostri interesse, la possibilità di accedere al registro dei titolari effettivi. Il soggetto che vuole accedere al registro deve essere “titolare di un interesse giuridico rilevante e differenziato, nel caso in cui la conoscenza della titolarità effettiva sia necessaria per curare o difendere un interesse corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata”. La medesima disposizione, inoltre, prevede che il Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, individui con apposito decreto alcuni limiti all’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva, relativi ad ipotesi in cui le “l’accesso esponga il titolare effettivo al rischio di gravi reati contro la persona o il patrimonio”. Chiaro è il fine di tutelare quei soggetti che, nella loro qualità di titolari effettivi, controllano o sono beneficiari di diverse entità di grandi dimensioni.

Procedure sanzionatorie

Lo schema di decreto introduce da ultimo alcune integrazioni alle disposizioni che regolano il sistema sanzionatorio per alcuni operatori non finanziari (società di custodia e trasporto valori e società di revisione).

In attesa della definizione in ambito europeo di un condiviso orientamento circa la qualificazione giuridica dei crypto-asset e, in particolare, in merito alla loro riconduzione al novero dei valori mobiliari, la Consob ha pubblicato, i data 19 marzo, un Documento per la Discussione volto ad avviare un dibattito a livello nazionale sul tema delle offerte iniziali e degli scambi di cripto-attività. Tale esigenza nasce dalla ormai ampia diffusione di operazioni c.d. di initial coin offerings (ICOs) e, quindi, di crypto-asset nelle quali investono i risparmiatori italiani.

Il Documento rappresenta un interessante spunto dal quale partire per procedere alla definizione di un quadro regolamentare ad hoc che tratti in autonomia e con approccio selettivo il fenomeno delle offerte in sede di emissione delle cripto-attività e della successiva circolazione dei token nelle relative “sedi di negoziazione” – i.e. exchange.

In tale ottica, l’Autorità propone diversi e interessanti spunti di discussione, alla ricerca di una possibile disciplina regolamentare dedicata alle ICO e allo scambio di token, che poggia su di una apposita definizione di cripto-attività, capace di cogliere le peculiarità del fenomeno rispetto alle più note categorie di prodotti e strumenti finanziari. Peculiarità che, a parere della Consob, si delineano ne:

– l’impiego di tecnologie innovative, quali la blockchain; e

– la destinazione alla successiva negoziazione dei token, la cui trasferibilità risulta strettamente connessa alla tecnologia impiegata, intesa come capacità di registrare e mantenere l’evidenza della titolarità dei diritti connessi con i crypto-asset in circolazione.

Per quanto concerne la regolamentazione dei soggetti (i) che gestiscono le piattaforme per le offerte di cripto-attività, e (ii) che permettono lo scambio e il deposito di tali cripto-attività, l’Autorità paventa la possibilità di definire un sistema di opt-in che permetta agli emittenti e agli investitori, di volta in volta, di scegliere se rivolgersi a piattaforme di offerta e ad exchange che siano compliant con i requisiti definiti dalla Consob, ovvero di operare in un ambiente posto al di fuori delle regole introdotte dalla proposta normativa. Tale sistema deriva da una riflessione dell’Autorità in merito all’opportunità di prevedere un regime regolamentare per qualunque offerta e/o scambio di cripto-attività: si è, infatti, giunti alla conclusione che in questa fase preliminare, in cui il fenomeno è in rapida evoluzione, qualsiasi tentativo di cristallizzarlo in un rigido regime precostituito rischierebbe, da un lato, di ostruire lo sviluppo delle opportunità di sviluppo del mercato dei capitali e, dall’altro, di non cogliere, attraverso una fotografia statica, le caratteristiche di costante trasformazione del fenomeno stesso.

In particolare, la Consob prospetta la possibilità di estendere ai soggetti che gestiscono le piattaforme per le offerte di cripto-attività la disciplina propria dei gestori di portali per la raccolta di capitali di rischio (c.d. crowdfunding) ad oggi prevista a norma dell’art. 50- quinquies del D.Lgs. n. 58/1998 (TUF) e del regolamento Consob n. 18592 del 2013 (c.d. Regolamento Crowdfunding). Con riferimento ai gestori dei sistemi di scambio di cripto-attività, l’Autorità immagina la predisposizione di un apposito registro: l’iscrizione potrà essere richiesta solo per i sistemi di scambio di cripto-attività che rispettino una serie di requisiti (i.e. regole e procedure di svolgimento degli scambi trasparenti e non discriminatorie, idonee informazioni per gli investitori, procedure atte all’identificazione e alla gestione dei rischi ai quali potrebbe essere esposto il sistema).

Nell’ambito del sistema di opt-in, peraltro, la Consob propone di limitare la circolazione su sistemi di scambio iscritti nell’apposito registro, alle sole cripto- attività che abbiano costituito oggetto di offerta al pubblico attraverso una o più piattaforme per le offerte di token autorizzata ai sensi della normativa in materia di crowdfunding. In altri termini, quale effetto del doppio regime di opt-in, l’Autorità intende porre le premesse affinché l’investitore possa compiere una scelta, consapevole che eventuali investimento in cripto-attività offerte su piattaforme regolate, nonché negoziabili su sistemi di scambi regolati, rappresentano un’opzione certamente più affidabile rispetto a quelle che si svolgono in un contesto libero.

Osservazioni, commenti e proposte in merito agli argomenti trattati nel Documento per la Discussione dovranno essere inviati entro il 19 maggio 2019. La Consob ha altresì colto l’occasione per anticipare la prossima apertura di una fase di Public Hearing – con tempistiche ancora da definirsi – nell’ambito della quale sarà possibile approfondire gli argomenti trattati nel Documento, con particolare riguardo all’esercizio definitorio e alle ipotesi formulate sul possibile approccio regolatorio.